Racconto a puntate: Tania era malata. – Parte prima

Tania era malata.
Non si trattava di un semplice raffreddore, non si trattava nemmeno di un cancro. Tania era malata di malattia.  Era la malattia che le impediva di alzarsi la mattina, di certo una persona che non era in grado di saltar giù dal proprio letto non doveva essere proprio sana.
Perché è così che è iniziata: una mattinaTania si chiese se fosse il caso di alzarsi e l’unica risposta che le venne in mente fu no, così spense la sveglia e si girò dall’altra parte, ma non aveva sonno, solo – si disse – non avrebbe fatto la differenza.

No, ricominciamo: Tania era malata.
La sua malattia non aveva un nome, o per lo meno lei non lo conosceva. Sapeva solo che meno ne faceva e più era stanca.
Dopo due anni passati a cercare lavoro, Tania ebbe la brillante idea di iscriversi ad Economia e Commercio e ora faceva l’universitaria, ma da quando si era iscritta aveva dato solo un paio di esami, disastrosi.
La verità era che a Tania non importava minimamente di problemi finanziari, vedeva la bocca dei professori aprirsi e chiudersi ritmicamente, ne uscivano dei suoni senza significato che annotava sul quaderno, giusto per tenersi sveglia. Ed era molto brava ad annotare quei suoni, tutti gli chiedevano gli appunti e lei non capiva per quale motivo, ma rendere felici le sue compagne di corso le dava soddisfazione, così non faceva domande e si godeva in silenzio la sua popolarità.

Mancava una settimana ad un esame da nove crediti e quella mattina aveva in programma di andare in aula studio a cercare di memorizzare qualcosa, ma il suo corpo le rispose picche.
Avrebbe voluto alzare un braccio per spostare le coperte ma non ne voleva sapere di muoversi, non rispondeva all’impulso del cervello.
Aveva deciso di scioperare. Ma un braccio può far sciopero? E quale sarà il suo sindacato? Quanto pagherà di tessera? No, non doveva essere iscritto ad un sindacato, il giornalino pubblicitario non era mai arrivato.

Arrivò sua madre in camera, fece finta di dormire.
«Dai, alzati pigrona che è tardi!»
«Non posso mamma, ho un braccio in sciopero!»
«Carina questa! Inventane un’altra!»
Ma come poteva capire che anche volendo non avrebbe potuto alzare il braccio? Come poteva spiegare che non sarebbe mai potuta arrivare alla fermata del bus perché avrebbe impiegato anni a percorrere tutti gli infiniti passi tra un passo e l’altro? Che la strada più camminava e più si allungava e solo il pensiero di un tragitto così lungo le metteva una stanchezza addosso incredibile?
«Mamma, non ci vado più in aula studio, faccio a casa»
«Fai come credi, basta che ti impegni!» E finalmente la lasciò sola.
Dopo tre ore rimasta a fissare il muro, il fastidioso bisogno di urinare la costrinse ad alzarsi. Le doleva la testa ma il pensiero di farsela addosso era prioritario al momento, così inforcò le ciabatte e corse in bagno.