Radical Chic e compagnia bella(?)

Una cosa che non sopporto proprio e reputo come altamente snob (alla latina, senza nobiltà ovvero per me maleducata) è l’associare cose che non fanno parte della moda e delle buone maniere con la parola chic, elegante.
Primo fra tutti, il cosiddetto “lesbo-chic” che andava di gran moda qualche anno fa e che io ritengo anzitutto un insulto bello e buono alle vere donne omosessuale e una cosa altamente infantile (baciare una persona dello stesso sesso per moda non ha senso, si svuota del tutto il significato romantico del gesto, quantomeno prima di baciare qualcuno che si provi qualcosa per il soggetto, non farlo solo per apparire o “dare scandalo” tenendo presente che con l’attuale assuefazione in materia sessuale ormai è robetta).

Secondo termine con cui me la prendo è il cosiddetto radical-chic che è strettamente imparentato con lo “chic” qui sopra, ma lo scoprirò più avanti.
Avevo infatti notato l’uso positivo di questa parola, come del resto si fa di lesbo-chic e di snob ero rimasta perplessa. Non conoscevo bene il suo significato ma lo intuivo fortemente, sopratutto leggendo i settimanali femminili di moda (guarda un po’ il caso!) naturalmente nelle sale di aspetto dei dottori perché sono troppo “proletaria” (nel vero senso della parola: la mia unica richezza sono i miei figli) per potermi permettere di leggerli e no, non faccio come alcune poverelle che li comprano e passano il tempo sognando di essere un giorno come la lettrice tipo della testata presentata come una ricca donna in carriera ufficialmente single ma dal letto più affollato di una fermata della metro.
Finché casulamente, nel posto meno adatto in cui sarebbe dovuto essere secondo,  me ho trovato un libro intitolato proprio “Radical chic”, scritto da un tal Tom Wolfe che avevo sentito ricordare più come icona di stile maschile che come scrittore (in più il fatto che fosse americano non lo aiutava, ahi i miei pregiudizi!!!). Con in testa ogni possibile commento negativo (la critica preventiva ahah!) ho girato il volume e ho letto la trama:

  • Negli anni Sessanta e Settanta diventò estremamente di moda, per gli intellettuali newyorchesi ricchi e affermati, ospitare nei propri salotti ogni possibile rivoluzionario radicale, dalle Pantere Nere agli antimilitaristi agli hippy psichedelici. In questo libro Tom Wolfe mette in ridicolo quegli ambienti (di cui esiste anche una versione italiana), descrivendo una serie di serate mondane all’insegna di “Invita-una-Pantera-Nera-al-Cocktail”. Quando il libro apparve per la prima volta nel giugno del 1970 sul “New York Magazine”, lo scandalo fu grande: fu una dura e sana presa in giro della Buona Coscienza Progressista, tuttora attuale.

Mi sono detta, lo devo leggere. Chi critica i ricchi diventa automaticamente mio amico (e se è ricco a sua volta, vabbeh, teniamo buono solo quello che dice).
Ovviamente di difficile reperimento nelle biblioteche (i libri interessanti non ci sono mai al contrario quelli noiosi come “Virgina Woolf e il giardino bianco”… che delusione gente!!!!), grazie agli sconti pazzi di Amazon sono finita per portarmelo a casa con la scusa di dover raggiungere la quota per le spese di spedizione gratuite.

Così oggi, appena chiusi gli occhi dopo la terza interruzione al mio adorato riposino pomeridiano, è arrivato il corriere SDA che me lo ha portato in un pacco tra i libri di Peppa Pig e Scooby Doo (i saldi Amazon mi hanno fatto anticipare gli acquisti natalizi, epifanici (ma si dice?) e pure compleannici (questa parola non esiste però!).

Ed eccolo qui, in mano mia in attesa di leggerlo. La pantera nera in copertina è fiQua, speriamo che il contenuto non mi deluda, ad ogni modo vi riferirò *ampiamente* ogni mia opinione in merito.

Cheers!

Io non esisto

Ho nuovamente cambiato il titolo del blog perché (finalmente) ho scoperto la verità: io non esisto.

Oggi la Brambilla, mistro del turismo ha detto che è giusto che un esercente abbia il diritto di tenere aperto quando vuole. Bene, ma alla povera commessa, chi ci pensa? Chi le tiene i bambini se deve lavorare ad esempio l’otto dicembre?
Perché se la settimana lavorativa va da lunedì alla domenica, gli asili sono aperti dal lunedì al venerdì?
La signora Brambilla non se li pone questi problemi? Beh, io sì.

Anzi, è inutile che me li ponga, dal momento che non mi riguarderanno mai: ho scoperto infatti che è inutile che mi affanni a cercare lavoro, tanto non lo troverò mai. E non perché non ho voglia di fare nulla, ma perché ci vuole la qualifica (e in alcuni casi anche la laurea) anche per pulire gli escrementi e io non la posseggo. Non di meno, non ho nemmeno un cavolo di esperienza certificata e abbastanza lunga. Sono condannata.
Ora vi chiedeterete: perché non ti qualifichi o non fai esperienza?
Vi rispondo subito.

  1. Per fare esperienza bisogna che un’anima buona te la faccia fare. Mi è stato detto più di una volta che i datori di lavoro potenziali non hanno alcuna intenzione di insegnarmi il mestiere perché oggi ci sono ma domani non si sà e non hanno voglia di perdere tempo con me. (Non sto scherzando le parole sono state più o meno queste)
  2. Ho due bambini e questo per un datore di lavoro equivale ad una duplice condanna per omicidio efferato aggravato da futili motivi e crudeltà.
  3. I corsi (biennali!) per fare la commessa sono rivolti alle fanciulle che non hanno ancora diciotto anni.
  4. Altri corsi: sono a numero chiusissimo (per esempio quelli da OSS) ed entrarci è come un terno al lotto
  5. Non è automaticamente vero che fatto il corso si trovi lavoro.

 

Morale della favola: addio mondo del lavoro crudele.

 

Postilla: non preoccupatevi, non sono a carico (vostro) dello stato, dal momento che non ho mai avuto diritto a qualsiasi forma di contributo, sostegno o aiuto sociale. Tranquilli che la mia disperazione non vi costa nulla.

IO NON ESISTO.