Insulti 2.0 ovvero originalità narrativa

Stamattina l’antivirus mi ha informata che è estremamente trendy insultare i vicini con la propria rete wifi.
Insomma, siamo nel 2012!
Se fino a poco fa si usava scrivere “cornuto” sul muro del presunto tale, adesso si rinomina la connessione senza fili, stile “il dottore del terzo piano è cornuto”; in tal modo il dottore, quando cerca di connettersi con il suo iphone5 capisce che forse dovrebbe perder meno tempo a cazzeggiare su internet e occuparsi di più degli interessi della sua gentile consorte.

Aggiornatevi, trogloditi!!!

Per quanto riguarda me, la mia rete si chiama banalmente “Rete casalinga”.
Dovrò trovare un nome più creativo, tipo… tipo… tipo boh, non mi viene in mente nulla di buono.

Succede sempre così quando uno cerca un’idea originale e si finisce per copiare le idee altrui, elaborandole.
Perché faticare quando un altro può pensare al posto tuo?

Creare qualcosa di attraente è difficile, chi scrive lo sa.
A volte viene da pensare che ormai quello che si poteva scrivere è stato scritto e le opere successive non sono altro che rielaborazioni di vecchi temi trattati centinaia di volte.
Alla fine le trame, se scarnificate all’osso, saranno circa una decina.

Un tipo di trama che mi ha sempre affascinato è quello usato per la serie “I Simpson”. Non per niente è una serie ultra longeva e, nel suo interno, parecchi episodi sono pure rielaborazioni o parodie di fatti o altre opere precedenti.

Che cos’hanno di speciale i Simpson?
Che iniziano con una situazione, poi però la vicenda iniziale passa in secondo piano, fa solo da espediente per introdurre la vera vicenda.
Ci sono poi varie sottotrame di contorno che fanno sì che lo spettatore rimanga incollato all’episodio senza annoiarsi.

Creare qualcosa del genere, vi assicuro, non è per niente facile.
Non so se gli sceneggiatori partono dalla trama principale e poi successivamente la modificano per dare questo “taglio” all’episodio. Di sicuro, partire di getto a narrare una vicenda per poi fare in modo che la stessa si trasformi nel preludio della vera trama è impossibile, o per lo meno bisogna essere narratori eccezionali.

Ad ogni modo, mi sto allenando verso questo orientamento narrativo.
E ora, ditemi voi se ci sono riuscita, magari fatemelo sapere modificando il nome della vostra rete wifi.

Ciò che non saprai mai ovvero sofferenze nascoste.

Ce n’è almeno uno in ogni famiglia.
Non mentire, c’è anche nella tua, se ci pensi bene.
È quel parente che c’è, ma nessuno ne parla.
A volte è ancora vivo, generalmente è morto da tempo, come pure le persone che potevano raccontare la verità.
Li vedi come cambiano, quando gliene accenni, tergiversano, divagano, per poi chiudervi la bocca pigiando sul vostro punto debole.
E ti rotoli nella curiosità malata, nel terrore di aver ereditato il gene malefico, perché ormai è risaputo, c’è sempre una predisposizione genetica per qualsiasi cosa, quale sia il gene esattamente nessuno lo sa, di certo ti dicono che esiste. Un po’ come la discussione sull’esistenza del punto G, degli alieni e dei fantasmi.
Fantasmi.
Cosa sono i fantasmi se non idee che fluttuano infastidendoti e spaventandoti? Non lo fanno di loro volontà, sei tu che li richiami alla mente.
Come il ricordo di quel parente.
Hai smesso di fare domande da bambina, quando portasti la foto alla nonna con un ingenuo e questo chi è?
Vedi la nonna con gli occhi lucidi e decidi che non è il caso.
Poi ti ritrovi a sgomberare un vecchio baule e trovi le sue cose.
Indizi.
E ti rendi conto che era come te, lavoro, amore, interessi…
E quella busta ancora chiusa, dopo trent’anni.
Una busta mai aperta, un vecchio estratto conto di una banca che ormai non esiste più.
Mai aperta perché arrivata tardi, dopo quella fatidica data che hanno fatto di lui la persona che è meglio non nominare.
Allora sistemi nuovamente tutto a posto, chiudi e vorresti scappare, piangere, capire…
Non lo fai.
Compi un piccolo rito, uno qualsiasi.
E speri solo di non essere tu la prossima.