What the hell is going on? Ovvero: trappole per lettori

Volevo informarvi che sto lavorando ad una nuova raccolta di racconti.
Sarà molto più impegnativa della precedente, impegnativa per me, intendo.
Così impegnativa che mi stanco solo a pensarla, infatti ora sono in fase di riposo.
Perché scrivere bene non è una passeggiata.
Oh, non si tratta solo di grammatica, la quale può benissimo essere rivista e corretta dal tuo editor di fiducia.
E nemmeno di trame, che, come abbiamo visto nello scorso post, sono una decina in tutto.
La fatica sta nel trovare la parola giusta, anzi la combinazione di parole giuste per trasmettere in maniera pressoché esatta l’emozione che hai in mente al tuo lettore.
Chi legge deve essere *dentro* al racconto, davanti a sè non deve vedere le parole del libro, deve apparirgli la scena.
Questa scena deve essere reale.
Se il personaggio, ad esempio, si punge un dito, il lettore deve provare lui stesso dolore, deve poter avvertire la punta dello spillo che trapassa il polpastrello e il calore del suo sangue che scende sul palmo della mano.
Se non si riesce a ottenere questo risultato si è scrittori mediocri.

Come fare a raggiungere questo risultato?

Si parte dal presupposto che la fantasia, in realtà, non esiste.
Nessuno inventa nulla.
Scemenze? Tutt’altro.
Provate a inventare qualcosa che non esiste, non ne siete in grado.
Non si riesce a creare qualcosa dal nulla, al massimo rielaboriamo cose già esistenti mischiando vari elementi reali.
Esempio, gli alieni.
Se ci pensate, tutti gli extraterrestri sono una rielaborazione degli esseri umani, non siamo capaci di immaginare qualcosa che va al di là delle nostre conoscenze.
Come vede un alieno?
Occhi? Radar? Antenne? Tutti modi in qualche modo attinenti alla realtà.

Possiamo immaginare solo ciò che conosciamo, allo stesso modo possiamo scrivere solo di ciò che conosciamo.
Questo non significa però che *per forza* dobbiamo avere esperienza diretta dell’argomento che desideriamo trattare, altrimenti bisognerebbe aver davvero paura di certi autori…

Credo che il modo migliore per catapultare un lettore nel mondo del nostro racconto sia vivere a livello mentale ogni singolo attimo della storia e tentare di descrivere ogni attimo nella maniera più fedele e dettagliata possibile.
Azione ardua e potenzialmente dannosa.
Varcare le varie soglie di realtà reali e realtà fittizie, giocare con le emozioni di personaggi inesistenti può essere simpatico, ma bisogna avere la forza di non superare quella linea di confine che una volta scavalcata non ti permette di tornare indietro.
Dunque, chiedete ad Arianna un po’ del suo filo e mettetevi al lavoro.

Insulti 2.0 ovvero originalità narrativa

Stamattina l’antivirus mi ha informata che è estremamente trendy insultare i vicini con la propria rete wifi.
Insomma, siamo nel 2012!
Se fino a poco fa si usava scrivere “cornuto” sul muro del presunto tale, adesso si rinomina la connessione senza fili, stile “il dottore del terzo piano è cornuto”; in tal modo il dottore, quando cerca di connettersi con il suo iphone5 capisce che forse dovrebbe perder meno tempo a cazzeggiare su internet e occuparsi di più degli interessi della sua gentile consorte.

Aggiornatevi, trogloditi!!!

Per quanto riguarda me, la mia rete si chiama banalmente “Rete casalinga”.
Dovrò trovare un nome più creativo, tipo… tipo… tipo boh, non mi viene in mente nulla di buono.

Succede sempre così quando uno cerca un’idea originale e si finisce per copiare le idee altrui, elaborandole.
Perché faticare quando un altro può pensare al posto tuo?

Creare qualcosa di attraente è difficile, chi scrive lo sa.
A volte viene da pensare che ormai quello che si poteva scrivere è stato scritto e le opere successive non sono altro che rielaborazioni di vecchi temi trattati centinaia di volte.
Alla fine le trame, se scarnificate all’osso, saranno circa una decina.

Un tipo di trama che mi ha sempre affascinato è quello usato per la serie “I Simpson”. Non per niente è una serie ultra longeva e, nel suo interno, parecchi episodi sono pure rielaborazioni o parodie di fatti o altre opere precedenti.

Che cos’hanno di speciale i Simpson?
Che iniziano con una situazione, poi però la vicenda iniziale passa in secondo piano, fa solo da espediente per introdurre la vera vicenda.
Ci sono poi varie sottotrame di contorno che fanno sì che lo spettatore rimanga incollato all’episodio senza annoiarsi.

Creare qualcosa del genere, vi assicuro, non è per niente facile.
Non so se gli sceneggiatori partono dalla trama principale e poi successivamente la modificano per dare questo “taglio” all’episodio. Di sicuro, partire di getto a narrare una vicenda per poi fare in modo che la stessa si trasformi nel preludio della vera trama è impossibile, o per lo meno bisogna essere narratori eccezionali.

Ad ogni modo, mi sto allenando verso questo orientamento narrativo.
E ora, ditemi voi se ci sono riuscita, magari fatemelo sapere modificando il nome della vostra rete wifi.